Hannah Arendt La banalità del male

Feltrinelli Editore

2001

pagine 320

Un’opera che è ormai un classico della riflessione sull’orrore del XX secolo. Un libro scomodo, perché pone domande che non avremmo mai voluto, e spesso non vogliamo ancora oggi, farci. Le poche risposte che ci fornisce non hanno la rassicurante sicurezza dei ragionamenti in bianco e nero, dove la verità viene separata dall’incertezza in modo manicheo. Al suo comparire, nel 1963 (la Feltrinelli lo tradusse tempestivamente nel 1964), questo libro provocò accese discussioni e pesanti critiche alla sua autrice che si era recata a Gerusalemme come inviata del “New Yorker” al processo contro il nazista Adolf Eichmann, una delle “pedine” più solerti ed “efficienti” della “soluzione finale”. Assistendo a quel discusso dibattimento, la Arendt scoprì la “terrificante normalità umana” del secolo delle Ideologie Organizzate. Il Male le appare banale e proprio per questo ancora più terribile: perché i suoi, più o meno consapevoli, servitori, altro non sono che dei piccoli, grigi burocrati, simili io tutto e per tutto al nostro vicino di casa. E inutile, e pericoloso, aspettarsi dei “demoni”: i macellai di questo secolo sono tra noi, in tutto simili a noi. Con questa riflessione, la Arendt approfondisce la sua lucida analisi dei drammi del nostro tempo, iniziata con Le origini del totalitarismo.

Un commento di Gherrardo Colombo

Il resoconto meditato del processo ad Eichmann induce a constatare che il male dipende dalla superficialità del pensiero