In my country di John Boorman

GRAN BRETAGNA, SUDAFRICA 2003
100 minuti
Langston Whitfield è un giornalista del Washington Post. Il suo editore lo manda provocatoriamente in Sud Africa a seguire le udienze della Commissione per la Verità e la Riconciliazione, organismo di mediazione politica voluto da Mandela e dall’arcivescovo Desmond Tutu. Durante le udienze i perpetratori di omicidi e torture di entrambe le parti durante il periodo dell’Apartheid sono invitati a farsi avanti e a confrontarsi con le loro vittime. Si “interroga il silenzio”, rendendo pubbliche le violazioni dei diritti umani emerse dai racconti delle vittime e garantendo l’amnistia a chi rende piena confessione degli abusi compiuti e li motiva politicamente, per costruire un futuro fondato sulla pacifica coesistenza dei sudafricani, bianchi e neri, colpevoli e innocenti.

Ecco uno di quei film di cui fa male parlar male. E non so’tanto perché si tratta di un cineasta che abbiamo amato tanto. In My Country possiede evidenti intenti onorabilissimi: la ricostruzione dei processi per la verità e la riconciliazione che presero luogo nel 1995 a Città del Capo e dintorni sui crimini commessi durante l’Apartheid. Le questioni sono spinose: la confessione può di per sé essere ipoteca di amnistia? la violenza in guerra è necessaria? quaI è il margine tra ordine dall’alto e volontà propria, soprattutto quando:a venire in essere sono il sopruso e la tortura? le radici personali annebbiano lo sguardo e la lucidità di giudizio? Come abbiamo imparato nel corso della Storia e del cinema, quando si parla di guerra e di vittime, la verità e la giustizia, se mai esistono o sono esistite, non sono mai bianche o nere“. […]
(Pier Maria Bocchi, Film TV, 2004)