Le vite degli altri di M. Von Donnersmark


Germania, 2006

137 minuti

“La storia è piccola: in una Berlino est anno 1984 (le prime foto di Gorbaciov appaiono sui giornali) due funzionari della Stasi decidono di mettere sotto sorveglianza un regista teatrale, troppo perfetto nella sua accettazione del sistema per non essere una spia. Il motivo di tanto interesse in realtà è un altro, e nemmeno loro all’inizio lo sanno: si tratta della donna del regista, prima attrice dei suoi spettacoli, che ha scatenato le passioni insane di un ministro. Il gioco funzionerebbe a meraviglia e l’ingenuo regista finirebbe facilmente in galera se non fosse per una frattura emotiva che va a crepare la solida struttura di uno dei due agenti della Stasi. Una lenta trasformazione interiore, che scombinerà gli esiti dell’intera vicenda.
Costato «un quarto di un normale film di produzione tedesca» (così, senza fare cifre precise, ci dice Von Donnersmarck. Ipotizziamo quindi intorno al milione e mezzo di euro) Le vite degli altri sceglie di lavorare in pochi ambienti (tre o quattro interni e un paio di esterni) ma di curarli in modo maniacale. Chiunque abbia conosciuto i paesi dell’est, riconoscerà i colori delle pareti, la mobilia, le suppellettili. Magnifico anche lo studio dei costumi, per non parlare dell’intensità nebbiosa della luce. Ma la grande ricchezza di questo film, oltre al genio del suo autore, è dovuta agli attori che hanno anche il merito di aver accettato di lavorare sottopagati e senza garanzie di distribuzione. Sono loro, Ulrich Muhe, Martina Gedeck, Sebastian Koch, Ulrich Tukur, a dare ad ogni personaggio quella terribile dimensione da mezze qualità, costantemente imperfetti, pronti al compromesso basso con se stessi, disposti a rinunciare persino ad un pensiero individuale pur di lasciare andare le cose come vanno, pur di sopravvivere. E’ qui che Le vite degli altri raggiunge il suo apice: in questa capacità di restituirci le parti più nascoste, subdole, inaccettabili di noi stessi. Permettendoci di fare i conti con il lato oscuro dell’essere umano. E’ il regalo più bello che l’arte ci possa fare” (Roberta Ronconi, in Liberazione, 6 aprile 2007).

“Sono freddi e vuoti, gli occhi di Gerd Wiesier (Ulrich Mühe). Su di essi si ferma la macchina da presa già all’inizio di Le vite degli altri (Das Leben der Anderen, Germania, 2006,137′). E a noi pare che riflettano non la singolarità di un uomo, ma una totalità opaca. E un funzionario solerte, il capitano della Stasi. La sua è la vita di un idealista votato a una causa politica garantita da un’ideologia che ha la caparbietà assoluta di una fede. Ai suoi occhi, appunto, i singoli uomini e le singole donne sono trascurabili dettagli, sempre sacrificabili.
Insomma, il protagonista di Le vite degli altri è in buona, in ottima coscienza, come capita ai persecutori coerenti e “onesti” […] Nascosto in soffitta, intento a registrare e quasi a duplicare il mondo privato di Georg e di Christa-Maria, Gerd scopre qualcosa di cui mai ha avuto sentore. I suoi due sorvegliati, i due dettagli senza valore, hanno una vita diversa da ogni altra. In essa, nei suoi sentimenti e nei suoi tradimenti, nelle sue attese e nei suoi timori, finalmente la spia della Stasi riconosce singolarità che chiedono rispetto e cura Basta questo per convincerlo a pronunciare il no che per tutta la vita non ha pronunciato. E quando il film, si chiude, nei suoi occhi c’è una dolcezza improvvisa, trasparente e ricca come la sua nuova libertà”.
(Roberto Escobar, in Il Sole-24 Ore, 15 Aprile 2007)