Tutti i nostri desideri di Philippe Lioret


Francia, 2011
120 min.

Trama: Claire è un magistrato, con due figli piccoli e una vita familiare serena. In tribunale si ritrova a gestire una causa che vede un’altra mamma, genitore di una compagna di scuola di sua figlia, perseguitata dai debiti derivanti da un contratto capestro stipulato per ottenere un prestito. Un giorno scopre, improvvisamente, di avere un male incurabile e che le resta poco tempo: non dirà nulla a nessuno, per non provocare choc familiari. Entra a questo punto in scena un collega più anziano, Stéphane, che farà di tutto per aiutarla a cercare giustizia…

Dopo l’ottimo Welcome (2009), sul tema dell’immigrazione, l’emergente regista francese Philippe Lioret ripropone un’altra pellicola di forte impianto sociale, in cui le vicende umane dei singoli protagonisti si intrecciano con la lotta per la giustizia, attraverso il rispetto delle regole dello stato di diritto, in difesa di un principio universale di uguaglianza e pari dignità delle persone ancora scarsamente rispettato, soprattutto nei luoghi – purtroppo anche istituzionali – in cui prevalgono le pressioni dei “poteri forti”.
Questa volta vengono prese di mira le strategie commerciali ciniche e senza scrupoli degli istituti di credito, molla dell’economia di mercato occidentale, che con tassi da strozzini e pubblicità ingannevoli mettono il cappio alla vita di tante persone che versano in condizioni di disagio e bisogno economico. Come afferma uno dei giudici nel film, con grande capacità di sintesi: “Il credito è il consumo, e il consumo è il sistema: non si tocca”.
Sullo sfondo della battaglia – di ordinario eroismo, in un contesto mediamente sottomesso alla legge del più forte – condotta dai garanti delle regole contro certe logiche finanziarie (come risponde un rappresentante di queste società: “Ha idea di quanto incida il credito al consumo nell’economia del Paese? Ma forse lei preferisce un mondo senza credito, né pubblicità, né televisione, frigorifero…”), si staglia la drammatica vicenda personale di una madre di famiglia che scopre, da un giorno all’altro, di avere la vita appesa ad un filo, e i giorni contati. L’amara sorpresa è così inaspettata che, nella speranza di evitare crisi familiari, la donna nasconde la verità, anche al proprio partner, tentando quasi di negare l’esistenza della malattia e delle sue conseguenze. Continuerà la sua vita di magistrato, moglie e madre, portando avanti i propri compiti quotidiani, ma anche le battaglie legali e contro il male che l’ha colpita.
Il film tocca quindi, parallelamente alle questioni socio-economiche che contraddistinguono i nostri tempi, anche il tema più intimo e personale dell’indicibilità della malattia, della prospettiva della fine, del mistero della vita (e della morte). Oggi che non è più possibile invecchiare, che si resta sempre “giovani”, che la scienza medica interviene per rimodellare i corpi o sostituirne i pezzi, scoprire, magari nel fulgore della propria carriera professionale e progetto familiare, che non siamo immortali e che non ci è dato sapere quando sarà il nostro ultimo giorno, può annichilirci e ammutolirci, inibendo addirittura la possibilità di rendere gli altri partecipi della nostra sorte. La rimozione della malattia (e della morte) diventa anche una forma di difesa che consente di andare avanti, ma la verità non si può nascondere, e prima o poi i nodi emergono, in tutta la loro drammaticità.
Sul piano più politico, invece, nel film si intravede anche la prospettiva di una Comunità Europea non solo fondata sullo scambio di mercato ma anche sulle garanzie di cittadinanza, oltre gli egoismi nazionali. Quell’Europa unita come istituzione transnazionale che oggi stentiamo a vedere, dietro i localismi e gli interessi di parte che ogni governo (e classe dirigente) vuole a tutti i costi difendere.
Inoltre questa storia, come evidenziato dal titolo stesso, rappresenta una riflessione sulla natura del desiderio, come spinta vitale che si annida nei meandri (anche più nascosti) delle nostre esistenze e relazioni, e che ci consente di vivere pienamente la nostra condizione umana e affrontare con forza e tenacia le sfide, piccole e grandi, ordinarie e straordinarie, che il mondo ci riserva. Così come credere in alcuni ideali, per quanto messi spesso in discussione nell’esperienza concreta di tutti i giorni, abbia ancora un senso, in vista del cambiamento sociale tanto atteso.

 

 

 

Recensione di Alessandro Cafieri tratte da “Conflitti – Rivista di ricerca e formazione psicopedagogica” (www.cppp.it/conflitti).