Un padre, una figlia di Cristian Mungiu


Romania, Francia, Belgio 2016
128 min.

 

Romeo Aldea è un medico, che vive con la moglie Magda e la figlia Eliza in una anonima e desolata cittadina della Romania. Eliza, studentessa modello ad un passo dal diploma, è pronta a partire per andare a studiare all’università in Inghilterra, dove ha vinto una borsa. La mattina prima degli esami, però, viene aggredita da uno sconosciuto fuori dalla scuola: l’evento turba profondamente la famiglia e mette in discussione l’esito delle prove di Eliza. Suo padre, disposto a fare di tutto per il futuro della figlia, contraddice i propri principi morali, chiedendo una raccomandazione, pur di non far perdere ad Eliza l’opportunità che aveva per lei da tempo programmato.

Uno dei temi portanti del film è sicuramente quello delle proiezioni genitoriali sui figli. Il dottor Aldea vede nella possibilità che la figlia possa trasferirsi all’estero come l’occasione di un riscatto dalla sordida e mediocre vita che lui e la moglie hanno dovuto affrontare, in un contesto arretrato, ancora soggetto a regole e relazioni fondate sulla logica del compromesso e del clientelismo, a seconda del ruolo di potere occupato nella scala sociale. I sogni di gioventù, alimentati dal vento di un rinnovamento culturale che sembra non aver mai realmente soffiato, sono stati oscurati dal progressivo adattamento ad una grigia e dimessa routine: l’avvenire della figlia si carica allora di tutte le aspettative frustrate dei genitori, che riversano inconsapevolmente sul percorso della ragazza il peso del fallimento vissuto dalla loro generazione.
Per quanto ci possa sembrare lontana la Romania, la ricerca del mero interesse personale a scapito di norme e benefici collettivi è un modus operandi che ricorda quel “familismo amorale”, tipico anche del nostro Paese, descritto dal sociologo americano Edward Banfield in “Le basi morali di una società arretrata” (uno studio effettuato nel secondo dopoguerra in un piccolo borgo dell’Italia meridionale).
Le domande che quindi sorgono sono diverse: fino a che punto ci si può spingere, anche rinnegando i propri valori di riferimento, per la felicità dei propri figli? Il loro benessere e la loro realizzazione quando sono davvero “loro”? Si può decidere al loro posto? Quale visione del mondo si vuole insegnare, come genitori? Imparare a sopravvivere o agire per cambiare lo status quo? Il fine giustifica ogni mezzo?
La relazione coniugale tra Romeo e la moglie è giunta da tempo a fine corsa, ma entrambi recitano la parte della famiglia ancora unita, per apatia e convenzione, forse anche perché credono così di proteggere la loro unica creatura.
Romeo, più onesto nella sua professione che nella vita sentimentale, è un padre attento, presente e generoso, sempre aperto al dialogo e al confronto con la figlia, ma che di fronte al tentativo di violenza subito da Eliza, con la profonda sofferenza e confusione che ne deriva, perde di vista le reali necessità del momento, richiamate con urgenza dalla capacità di ascolto e sensibilità di una moglie ormai rinunciataria e disillusa, nel declino di un matrimonio esausto. Le pressanti richieste “prestazionali” sul fronte scolastico sono quelle di un genitore ansioso di mettere al sicuro il futuro della figlia, anche per redimere, attraverso ciò, la propria rassegnazione e insoddisfazione esistenziale.
In una trama fitta di segreti e non detti, compiere delle scelte vuol dire assumersi delle responsabilità, e quindi confrontarsi con le conseguenze. Da questo punto di vista, Romeo non si tira indietro, sostenuto indirettamente anche da Eliza stessa, desiderosa di difendere la propria autonomia e libertà di scelta, nel legame col fidanzato così come nel rifiuto di un aiuto esterno durante le prove d’esame, che interrompe la catena dei favoritismi, dimostrando quindi la preziosa lezione etica dell’educazione familiare ricevuta.
Tutto il film è pervaso da un’atmosfera di minaccia incombente, di tensione continua, di conflitti latenti in procinto di esplodere. La vita è fatta anche di incidenti e imprevisti che ci mettono continuamente alla prova, non è possibile avere ogni cosa sempre sotto controllo e al suo posto. E la testarda ricerca del “colpevole” che ha sconvolto i nostri piani può trasformarsi in un’ossessione che non ci dà più tregua e ci conduce in un vicolo cieco. La precarietà e l’insicurezza sociale, due dei sentimenti più diffusi dei nostri tempi, irrompono allora come l’immagine e il frastuono, ricorrente nella vicenda narrata, di un sasso che all’improvviso manda in frantumi il vetro della finestra di casa.

 

 

Recensione di Alessandro Cafieri tratte da “Conflitti – Rivista di ricerca e formazione psicopedagogica” (www.cppp.it/conflitti).