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Gherardo Colombo

gherardo colombo

* Lei si è dimesso dalla magistratura,le vogliamo chiedere cosa sta facendo dopo questa dimissione…

Mi dedico a varie attività. Mi occupo di editoria con Garzanti libri, e di Saggistica particolare. Per esempio, numerose persone indirizzano a me i loro dattiloscritti, chiedendone una valutazione per la pubblicazione.  Poi scrivo, libri ed altro. Collaboro, sui temi della giustizia con la Gazzetta dello Sport (la cosa può sembrare strana, ma non lo è affatto). Ho tenuto, gli ultimi due anni, un corso presso l’Università di Parma. Partecipo a un corso sulla legalità per detenuti del carcere milanese di San Vittore e, più sporadicamente ho incontri con quelli del carcere di Bollate. Quel che faccio più di tutto è girareper l’Italia, nelle scuole e nei circoli,a parlare di giustizia e della relazionetra regole e persone e di come questa relazione influisca sulla vita pratica di ciascuno di noi.

 

* Riferendoci a questo ultimo punto,cosa la spinge a dedicare così tanto tempo per raccontare quello in cui crede?

Ho fatto il magistrato per oltre trentatrè anni. Per quanto ci si potesse impegnare è sempre stato impossibile far funzionare la giustizia in modo perlomeno accettabile. Che la giustizia funzioni male è talmente evidente che, probabilmente, questa è l’unica cosa sulla quale sono d’accordo tutti gli italiani. Constatando tutto ciò è progressivamente maturata in me la convinzione che per far funzionare la giustizia fosse necessaria una profonda riflessione sulla relazione tra i cittadini e le regole. La giustizia non può funzionare, secondo me, se i cittadini non hanno un buon rapporto con le regole. Potevo continuare a fare il magistrato per altri quattordici anni, quando mi sono dimesso: ho deciso di smettere e di dedicarmi alla riflessione sulle regole proprio perché la ritengo indispensabile per il funzionamento della giustizia.

* Ci parli in particolare degli incontri con classi e scolaresche…

Incontro dai 40.000 ai 50.000 ragazzi l’anno, in ogni parte d’Italia, ovunque mi invitino. Mi chiamano sopratutto alle superiori, spesso alle medie e qualche volta anche alle elementari. Tranne rarissime eccezioni, con i ragazzi si instaura un rapporto molto positivo. I giovani hanno molta voglia di essere coinvolti e non è difficile entrare in contatto con loro, purché si riconosca la loro importanza: è necessario che si sentano protagonisti e non spettatori, e per questo parlo muovendomi tra loro, in un continuo dialogo di domande e risposte reciproche. Il contatto è tanto più positivo quanto più l’incontro è immerso in un percorso su regole, giustizia e persona organizzato e praticato dagli insegnanti durante l’anno scolastico. Voglio dire che se la mia presenza non è sporadica, ma si inserisce in una attività che già la scuola ha svolto sui temi che coinvolgono il rapporto che ciascuno di noi ha con le regole (i temi che tratto nel libro “Sulle Regole”), è più facile che la riflessione non sia occasionale. Sono tante le scuole che si preoccupano di affrontare organicamente l’argomento, utilizzando gli strumenti più diversi (recitazione, musica, poesia, ma anche ricerche storiche e lettura di testi appropriati).  Di solito l’incontro dura un paio d’ore (ma non è raro che si prosegua anche oltre l’orario previsto), e vi partecipano  dai 200 ragazzi in su. Via via che si procede l’interesse aumenta, e tante volte, alla fine, è proprio difficile mettere la parola fine.

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